lunedì 1 novembre 2010

ENSIMISMAMIENTO ovvero l’arte d’inabissarsi in sé



Chiara Gatti

Povero Ortega y Gasset. Il celebre filosofo madrileno (1883-1955) credeva, quando redasse il suo saggio Ensimismamiento y alteración, di aver utilizzato un termine così specifico da risultare intraducibile, tanto da poterne reclamare sempre la paternità. Ensimismamiento, vocabolo bellissimo della favella spagnola, che rotola sulla lingua come una tentazione, doveva rappresentare infatti nelle sue intenzioni la parola perfetta per alludere a quel dialogo intimo che la persona ingaggia con se stessa, esattamente come recita la definizione da vocabolario: «abstracción del mundo exterior, concentrándose en los propios pensamientos». Affascinante.
Peccato che Ortega non avesse fatto i conti con il “sommo poeta”. Dante, con qualche secolo d’anticipo, fra le pagine della Commedia, nel nono canto del Paradiso, in uno scambio di battute con Folco da Marsiglia, si ritrovò (guarda caso) a dire: «già non attendere’ io tua dimanda, 
s’io m’intuassi, come tu t’inmii». Il padre della lingua italiana fu inventore insomma, a suo tempo, di un neologismo pronominale utile proprio a indicare una forte immedesimazione nell’altro, ma soprattutto a comunicare un senso di inabissamento nei meandri della coscienza. Un “ensimismamiento” in salsa stilnovista – potremmo dire – utilissimo per andare a pescare nel profondo della personalità… dei nostri simili, ma soprattutto della propria.
Ne sa qualcosa Ketty Tagliatti che, scegliendo la rosa come simbolo di questa meditazione, ha reso un’iconografia vecchia come il mondo pretesto per una ricerca sul “dentro”, sul dialogo con se stessi, sulla necessità (godiamo di un altro neologismo) di “instessarsi”, immaginando i gorghi dell’interiorità come fossero i meandri, le anse, le sinuosità e i dedali che s’attorcigliano fra i petali carnosi di un fiore. In questo modo Ketty scalza le metafore tradizionali legate al senso della rosa, non cade nella trappola della citazione o dell’emblema caro all’immaginario comune, per proiettarne invece la forma in un’altra dimensione. Un po’ come aveva fatto Giorgio Morandi con le sue bottiglie, affidando loro le sue ansie di equilibrio. Ma, forse, di più ancora, Gianfranco Ferroni con i suoi oggetti polverosi su tavolini fragili, «alibi – diceva – per indagare e valorizzare lo spazio e la luce». Allegoria di un luogo privato, «la polvere – continuava – è importante quanto un universo, perché nel micro c’è il macro, nell’impercettibilmente piccolo c’è il grandissimo».
E nel cuore della rosa c’è, di fatto, tutto un mondo per Ketty Tagliatti. Ci sono segreti, sentimenti, inquietudini, nodi da sciogliere e cose non dette; pensieri così tortuosi da rischiare di inghiottire chi s’avvicina troppo, meraviglia carnivora dentro cui entrare di testa, come nella quarta dimensione (Fontana avrebbe apprezzato) dell’anamorfosi costruita sapientemente a quattro mani con Elisa Leonini e sbocciata in galleria, gigantesca corolla che sembra aprirsi e chiudersi come un sipario intermittente, con un ingresso preciso dietro il quale sparire.
E torna in mente ancora Ortega quando affermava: «faccio sentire al lettore quanto mi interessa che lui sia presente. È come se lui percepisse una mano ectoplasmatica che, emergendo fra le righe, palpa la sua persona, la accarezza, oppure le sferra un pugno. Così entra in dialogo col libro».
Anche le rose di Ketty ci palpano per bene. Come la mano del fantasma di Catherine che, in Cime Tempestose, afferrava dalla finestra il braccio del viandante spaurito. O come lo scrittore curioso di Calvino che, in Se una notte d’inverno un viaggiatore, guardava con il binocolo la sua lettrice intenta a leggere le pagine del libro che lui avrebbe a sua volta scritto per lei. Il racconto di Ketty è allo stesso modo un gioco di scatole cinesi che si schiudono le une sulle altre proprio come petali di un fiore che ti accarezza, ti avviluppa, ma poi – all’improvviso – ti punge con le sue spine aguzze quanto spilli, ti strazia, ti fa male dentro, castigandoti per aver scavato (ensimismado!) troppo a fondo nei tuguri dell’anima, oltre la cortina semitrasparente, il velo, il separè che divide l’apparenza dalla sostanza delle cose, la pelle dal cuore.
Sporgersi troppo verso il nocciolo della rosa, si sa, è una brama, una lusinga cui è difficile resistere, se non altro per il piacere di sentirne il profumo, di strizzare gli occhi nel suo bulbo e mettere a fuoco quel ricamo certosino che, lento come una nenia, al ritmo di una litania, cuce foglie su foglie, aculei e pistilli. Ma intesse anche altri sipari, tendine tese su diorami dell’anima, valige del buon ricordo, gli ultimi teatrini di Ketty che, come i libri di Ortega esigono una partecipazione del lettore, lo invogliano a sbirciare dentro cosa si nasconde: ninnoli, conchiglie, piume, altri petali e altre spine, souvenir di un viaggio intimo dove perdersi a caccia di ricordi, per cominciare a “instessarsi” come lei “s’inleia”.

Mostra personale "Ensimismamiento" Galleria Il Chiostro Saronno

mercoledì 10 marzo 2010

Anamorfosi di una rosa del mio giardino

Anamorfosi - (parola comparsa nel XVII secolo, dal greco ana/morphe “oltre la forma” – tecnica prospettica in cui ciò che si vede non è ciò che sembra.
Essa si basa sul principio dell’inganno dell’occhio e si sviluppa in una “doppia prospettiva”, ossia la medesima immagine viene costruita due volte, la prima proiezione è su un piano perpendicolare al raggio visivo, mentre la seconda è su un piano obliquo rispetto il precedente. Di conseguenza l’immagine “corretta” non è vista ponendosi frontalmente all’opera, ma osservandola di scorcio in modo che l’occhio sia radente al piano.
Se la prospettiva mostra l’uomo, nell’atto del suo collocarsi, al centro del mondo e lo pone come “punto di vista”, l’Anamorfosi produce la “perdita del centro”, ovvero un decentramento dell’essere umano dal luogo da cui si dominano natura e vita.

La visione dell’installazione anamorfica implica un movimento nel tempo e nello spazio durante il quale lo spettatore rimane con lo sguardo sospeso, in bilico tra la formazione e la dissoluzione dell’immagine.
E’ su queste tematiche della percezione del reale e delle illusioni prospettiche, che si concentra la poetica della giovane artista ferrarese Elisa Leonini e proprio attraverso l’Anamorfosi questa artista, collaborando con Ketty Tagliatti, s’innesta nell’ultima fase della realizzazione dell’installazione “Anamorfosi di una rosa del mio giardino 2008-2010” donandole con questa deformazione un potenziamento della percezione visiva attraverso la sorpresa e il mistero dell’apparizione della rosa.




lunedì 8 febbraio 2010

-------------------E... LA MORTE



Crescere... non è altro che imparare a convivere con la morte.
Conoscerla... riconoscerla ogni volta che si manifesta clamorosamente accanto a noi, attraverso la vita e la morte degli altri, degli amici, parenti, conoscenti.
Quel suo sguardo... si è impresso nella mia anima e ora purtroppo lo rivedo sempre più spesso... ovunque, in chiunque mi passi vicino e mi guardi in quel modo inconfondibile.
La morte ci abita e ogni giorno ci fa morire un pochino, si impossessa lentamente del nostro corpo e della nostra mente in maniera subdola: ci fa impazzire mettendoci in conflitto con la nostra voglia di vivere, ci paralizza gli slanci vitali, ci consuma sino all’esaurimento, riducendoci ad un torsolo avvizzito e poi?... ci spegne la vita.
Senza ripensamenti mette in atto una strategia predatoria che conduce all’annientamento finale, alla conquista del nulla, all’ordine e alla pulizia territoriale.
Ogni giorno, guardandoci allo specchio, ci sorride e si rivela discretamente, amichevolmente si rende sempre più famigliare e assume la difesa delle nostre fragilità, dei nostri ardori...rimane nascosta dietro ai nostri traguardi, come il fine ultimo di ogni nostra aspirazione,come il "telos" della nostra sopravvivenza.


COME FARO’ SENZA MIO PADRE
?

venerdì 11 dicembre 2009

ROSE ROSSE PER KETTY





COLLOQUIO DI GIORGIO BONOMI CON KETTY TAGLIATTI



G.B.:Vorrei, invertendo l’ordine temporale, partire dalla tua ultima opera per poi esaminare anche quelle precedenti.
Per la prima volta presenti un lavoro, Anamorfosi di una rosa, che consiste in un’installazione a parete di piccoli oggetti rivestiti di filo rosso. Gli oggetti sono della quotidianità (rossetti, tubetti e scatole di cosmetici e simili) che appunto sono “rivestiti”, non “ricoperti”: ci tengo a sottolineare questo, perché nel “coprire” c’è anche il “nascondere” mentre nel “vestire” c’è il senso della trasformazione, del dare “miseria o nobiltà” a quello che viene avvolto.
L’oggetto quotidiano non è una novità nel tuo percorso operativo – basti ricordare la “poltrona” che per anni hai dipinto, disegnato, cucito sulla superficie della tela – come non lo è l’uso del filo e del “rivestire” che prima era più, se non vero e proprio “nascondimento”, una “velatura”, un “offuscamento” – penso alle garze negli Ostaggi – mentre il filo da elemento “demarcatore” è diventato, via via, sempre più elemento segnico e compositivo e quasi coloristico; ora si presenta in primo piano sulla scena e impone, con forza, il suo essere l’opera, relegando le proprietà dell’oggetto in secondo piano.
Ma c’è di più. Infatti gli “oggetti rossi”diventano segni che disegnano la consueta rosa.
Una rosa che, in tal modo, è sempre meno del “tuo giardino”, meno tautologica (la famosa “una rosa è una rosa una rosa una rosa” di Gertrude Stein) o “ripetizione differente”, per assumere, dopo e più degli Ostaggi, significati plurimi, di cui parleremo appresso, e che ora ci basta definire come “passo avanti” nel tuo andare artistico, che risulta arricchito da una forma personale, tutta tua, di duchampismo (ricordiamo che Duchamp e Man Ray, oltre a presentare oggetti come trasformati in opera d’arte, talvolta li “rivestivano”).

k.T.:Ho bisogno di identificare una metafora, un’immagine che in un qualche modo mi rappresenti e che faccia parte del mio quotidiano, diventando un significante nella mia storia.
Così è stato con la poltrona che ho rappresentato per ben otto anni, dal ’96 al 2003, scelta tra i mobili irrestaurabili che avevo nel laboratorio di restauro aperto nel 1992, appena finita l’Accademia. Metafora fortissima e molto femminile come del resto anche le rose del mio giardino.
Mi sono accorta, poi, che nel passaggio dalla poltrona alle rose vi è stata un’evoluzione, un passaggio ulteriore. Con le rose ho privilegiato l’aspetto spaziale, ho forzato il lavoro di superficie ed esaltato l’aspetto decorativo, alleggerendo il messaggio esistenziale ma non per questo depotenziandolo.
Con gli Ostaggi, o “rose materasso”, mi sono liberata della struttura del telaio ed improvvisamente mi si è aperto veramente lo spazio. Quest’ultima installazione, con gli oggetti rossi, è la dichiarazione di questo passaggio. Ogni oggetto è avvolto in un bozzolo di filo rosso, come un baco da seta, come una crisalide. Inserire un oggetto quotidiano nel lavoro è memoria storica del vivere minutamente, dimensione metafisica della routine gestuale della normalità, appartenente alla ritualità giornaliera che scandisce il ritmo della vita dandole senso e sopportabilità.
Rosa, spazio simbolico, territorio di movimento, atto del corpo, quello femminile, armonia, bellezza, compiutezza ed equilibrio. Rosso, colore del sangue, della passione del corpo e ...delle rose.
La scelta di dare una lunga e lenta sedimentazione al tempo di costruzione di questa installazione, ho impiegato un anno e mezzo, ha un’importanza maggiore rispetto al fare lento degli altri lavori.
Questo quotidiano realizzare il gomitolo, occultando pazientemente il vuoto testimone della paura del mio tempo che passa, è una lenta presa di coscienza della trasformazione del corpo, è una dichiarazione del passaggio, la percezione del cambiamento definitivo, quello che si potrebbe chiamare: ultima fase della vita, la più importante e risolutiva, l’inaccettabile e temuta che in questa nostra epoca è un tabù assoluto, impronunciabile. Nessuno può rinunciare alla giovinezza e il traguardo è l’immortalità.
Infine, la costruzione dell'immagine e la scelta di esporla nello spazio attraverso la deformazione anamorfica, che si avvale dell'illusione ottica della prospettiva e di un unico punto di vista per poter riconoscere la sua forma estetica (di rosa), è nata dall’esperienza dalla collaborazione di una giovane artista agli esordi, Elisa Leonini, che fa dell’anamorfosi la sua poetica, determinante e funzionale al senso del lavoro.
Metterci a confronto davanti al lavoro, ma non solo, anche di fronte ai nostri percorsi di vita: il suo, fatto di progetti, intenzioni, che andrà a svolgersi come i miei bozzoli rossi, liberando e concretizzando le aspettative racchiuse in questi, il mio che si è già svolto per la maggior parte e ha mantenuto l'intensità della passione per il fare arte, per vivere la mutazione quotidiana del pensiero creativo, in un' eterna evoluzione del riproporsi a continua rinascita. Questo intreccio di diversi sentire, ma soprattutto il sovrapporsi di due diversi tempi di prospettive di vita, ci ha avvicinate e modificate da poter entrare fisicamente l'una nel lavoro dell'altra e lasciarne una traccia, un unico punto di vista, che coordina lo sguardo e organizza il caos, il vortice di momenti diversi nel tempo e nello spazio anamorfico.

G.B.:È interessante quanto dici, per due aspetti. Il primo consiste nel fatto che tu quasi “ricostruisci” una bottega d’arte, cioè l’assistente non è quello che “pulisce i pennelli” o “prepara la tela”, bensì un soggetto attivo che stabilisce uno scambio fattivo con il “maestro”, realizzando quel vecchio precetto secondo cui “anche il maestro deve essere educato” (dai propri allievi).
Fatte le debite proporzioni, mi pare che tu riviva questa atmosfera, e quindi superi uno dei “drammi” degli artisti di oggi, quello della “solitudine”.
Da un altro lato, tu, da un lavoro basato sulla ripetizione, angosciosa e testarda, della rappresentazione di un soggetto (poltrona e rosa), anche se carico di storia (fatti, emozioni, ricordi), passi ora ad un artificio che è un virtuosismo, anche se implicante forti e profonde riflessioni sull’essere e l’apparire.
Come sai, anamorfosi significa letteralmente “rigenerazione”, da cui “di nuova forma”, perché dalla deformazione grafica dell’oggetto rappresentato possiamo “ricostruire” una visione corretta solo ponendoci in un determinato punto di vista; in più le anamorfosi producono un fascino particolare anche perché, al di là della precisione tecnica, suscitano un’idea di mistero.
Allora dalla “poltrona” dei “tuoi” mobili, dalle “rose” del “tuo” giardino, messe sempre bene in evidenza – anzi, per ricordare che “non c’è rosa senza spine”, a queste aggiungi degli spilli che rendono perfettamente la sensazione della puntura – passi ad una forma di “occultamento” o, per lo meno, di un nascondimento dell’oggetto che può essere visto solo da pochi, solo da chi “entra in empatia” con te, o perché sa (leggere un’anamorfosi) o per caso. Voglio dire che ora c’è un velo da sollevare per poter comprendere il tuo messaggio artistico e per poter, quindi, con l’occhio e con il cervello dialogare con te (con il frutto della tua creazione).
Ma c’è di più. L’arte si è sviluppata su un rapporto analogico con la natura (la realtà), cioè la creazione artistica si è fondata, per secoli, sull’aristotelica “mimesi”, o imitazione e, in questa ottica, la prospettiva albertiana, sebbene fosse essa stessa una “illusione”, era quella che meglio rispondeva alla possibilità di riprodurre la natura o la realtà “così come si vedono”. Con l’anamorfosi – la parola compare nel sec. XVII, ma già nel XVI veniva realizzata – si introduce un concetto di “deformazione” (Roland Barthes). “L’anamorfosi si configura come finzione contrapposta, da un lato, alla prospettiva normalizzata, dall’altro, all’indice di realismo analogico che si suppone essa veicoli. È una tecnica delle allucinazioni, un’operazione intrisa di elementi magici, che consente un potenziamento della percezione visiva” (Attilia Scarlini e Giorgio Marcon, Artificio: prospettiva e anamorfosi, in L’altro occhio di Polifemo, catalogo della mostra a cura di Giorgio Celli, Galleria d’arte moderna, Bologna, marzo-aprile 1978, ed. Grafis, Bologna 1978).

K.T. :L’immagine della bottega rinascimentale mi piace molto ma la mia esperienza è stata un po’ più complessa. Certamente la solitudine intellettuale isola e rende sterili, ed occorre contrastare questo processo.
In questi ultimi tre anni, pur non insegnando, ho avuto degli studenti che si sono interessati a me chiedendomi di poter fare la tesi sul mio lavoro, questo mi ha spinto ad invertire l’attenzione su di loro e a scoprire il piacere di lasciarmi contaminare dalle loro sperimentazioni e dal loro modo di vivere la ricerca. Per fare questo ho proposto ad alcuni di condividere un periodo, lavorando gomito a gomito in due studi comunicanti, entrando reciprocamente nel lavoro dell’uno e dell’altro come esperienza avventurosa e catartica. Esperienza rigeneratrice che ti muta radicalmente (almeno per quello che mi riguarda), ma solo se hai la consapevolezza che non è un gioco, ed il coraggio di metterti in discussione senza bluffare.
È chiaro che, essendo il soggetto del mio lavoro “il fare”, ci si misura nello studio su questo e sui contenuti di questo e può sembrare, in certi momenti, di ricreare l’atmosfera della bottega, ma in realtà è un gioco al massacro intellettuale e a chi ha più attitudine alla resistenza. È un duellare di sensibili significanti, di metafore, un confrontarsi nell’abilità di sapersi rivisitare senza perdersi di vista, senza tradirsi mai.
Ho accennato alla continua modificazione che il mio lavoro ha subito nel passaggio dalla poltrona alle rose del mio giardino, accentuando l’azione sulla superficie e quindi l’aspetto decorativo che si lega al fare artigianale, accorgendomi, così, quanto fosse determinante il tempo di esecuzione e la fatica che compiono le mani in questa. È diventato così fondamentale e significativo ciò, da dover ricercare sempre ogni volta una tecnica nuova per leggere, in questa fatica dichiarata, la rivelazione della temporalità estetica del “fare”, come direbbe Heidegger: la temporalità del prendersi cura, in senso ontologico-esistenziale, della minuta quotidianità.
Utilizzando ancora i termini filosofici di Essere e tempo di Heidegger: l’uso dell’anamorfosi è, in questa installazione, proprio come tu suggerisci, la necessità di velare ulteriormente l’opera trasformandola in epifania, illuminazione… evento che si concede e si nega, Ereignis.

G.B.:Orbene, se l’anamorfosi deve “disvelarsi”, le “rose” e i “materassi” o “trapunte”, al di qua del loro senso metaforico più profondo, si danno così come sono (sono come appaiono). In realtà già le rose titolate “ostaggi” erano “velate” con una garza, quindi da qui partiva quello che chiamo “occultamento”.
Ma andiamo un momento alle Rose del mio giardino, qui la rosa aveva la stessa funzione (solo formale?) delle bottiglie – potremmo dire: del “suo studio” – di Morandi: il continuo, indefessamente sisifiano, tentativo di raggiungere la “completezza” o “perfezione” che, data la finitezza dell’uomo, non è cosa possibile, anche se va sempre rammentata la chiusura de Il mito di Sisifo (ed. Bompiani, Milano 1962, p.164) di Albert Camus: “Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice”.
Inoltre non possono non esserci tutti i richiami simbolici della rosa, di cui è piena tanta letteratura: profumo, bellezza, caducità eccetera. Ma forse questi aspetti simbolici sono quelli che meno ti interessano, invece la superficie dell’opera è sempre più “lavorata”, sempre più piena della “fatica del tuo fare”, della condensazione del tempo (lento, lentissimo) impiegato dalle mani nella creazione. Così la superficie si arricchisce di segni e di materiali, infatti il filo si dipana, via via, più fitto ed articolato nel disegno, si aggiungono prima spine e poi spilli, stoffe; in più, oltre la tela, riprendendo materiali da te usati nei primi lavori, usi ferro e vetro (inciso).
Quindi il “fare” come un demone che ti possiede, ti porta a dare “corpo” alla “rosa” (alla tela): abbiamo gli Ostaggi, realizzati con la struttura materiale delle trapunte o dei materassi, anche se ovviamente di questi non hanno la forma, bensì evocano ancora quella di una “rosa”.
Non solo: la massa, il corpo di questa nuova forma/struttura richiede maggior fatica ma, allo stesso tempo, rende l’opera più “molle”, si offre con un aspetto più “accogliente”; quasi a negare il detto, sopra ricordato, potremo dire che “non è vero che non c’è rosa senza spine”.

K.T. :Che non ci siano “rose senza spine” è una grande bugia, come tu mi suggerisci. Anzi sono le più ricercate proprio per questa loro caratteristica non armata, senza protezione, sono le più disponibili, quelle che abbattono ogni diffidenza, ogni recinto, ogni segregazione.
Negli Ostaggi, come ho già detto, mi libero della struttura del telaio, che nei miei quadri è sempre stata un’armatura geometrica che bloccava concettualmente il lavoro, lo congelava in uno schema fisso, rigido, inoppugnabile e credo che questa struttura rigorosa sia stata come un confine, un limite da non superare, una staccionata protettiva (nel periodo della poltrona, ho intitolato alcuni quadri dal ciclo il IV muro – Sipario n., rappresentando così quella barriera invisibile che, in teatro, divide la platea dagli attori, e che si fa confine da superare per raggiungere il pubblico, ma anche protezione della finzione recitata sul palcoscenico); togliendola, perdendo questo tipo di vera e propria barricata, il lavoro si concede ad accogliere fisicamente, si fa nido, giaciglio morbido, rose-materasso, sì ma come letti vuoti, corolle che accolgono e abbracciano desolatamente un non-corpo, un’assenza.
Nel mito di Sisifo posso riconoscermi, non solo nel ripetere all’infinito lo stesso percorso, che nel mio caso è la rosa che si fa territorio del “fare”, ma anche nel significato di “ostaggio” come prigioniero sequestrato da un incantesimo castigante, come nel caso di Sisifo risalire ripetutamente la montagna, con la fatica del non senso della pietra e ridiscendere ogni volta con la consapevolezza dell’inutilità del lavoro.
E potrei continuare con la stessa citazione (op. cit., p. 163), di Albert Camus: “ Lascio Sisifo ai piedi della montagna! Si ritrova sempre il proprio fardello. Ma Sisifo insegna la fedeltà superiore, che nega gli dei e solleva i macigni”, con questo torniamo sempre al potere del “fare” e al mio credere assolutamente in questo, che si trasforma, come tu sostieni giustamente, in un demone che mi possiede…e dà corpo alla rosa che si fa, come direbbe Aristotele, “telos”…

G.B.:Cioè “fine”, nel duplice senso di “scopo”, come bene hai fatto capire, e di “termine”, perché, per questa volta, il nostro colloquio è purtroppo “finito”.

"Uncle Albert/Admiral Halsey" By Paul McCartney

Paul McCartney-Let 'Em In

Billy Paul - Let Em In (live)


domenica 26 aprile 2009

atmosfera preferita

http://www.youtube.com/watch?v=rbU2JqyfmF8

sabato 25 ottobre 2008

Collettiva "FIL ROUGE" Home Gallery MLB di Marialivia Brunelli Ferrara

http://www.marcocaselligalleries.com/57_MLB

ANILA RUBIKU
ARIANNA CALLEGARO ideatrice di AIRSWAP
ERICA LATINI
ILARIA MARGUTTI
LETIZIA CARIELLO
KETTY TAGLIATTI

venerdì 24 ottobre 2008

QUASI



Sono passati alcuni mesi e non è cambiato "quasi" niente; quel "quasi"
però nasconde, vela qualcosa di sostanzioso che fa la differenza.
Quasi…. è intriso di tempo che passa e che, anche se nessuno se ne è
accorto, ha mosso tutto, ha sedimentato gli umori, ha spento un po' i
rancori, ha lasciato tutto in sospensione filtrandolo dalle difese e
le paure azzardanti. Quasi, ha mantenuto in vita una lieve e flebile
speranza di resistenza,…. persistenza abitudinaria, un moto di vita
meccanico e inconsapevole, fedele al progetto per derivazione.
"Quasi" è la mia dimensione esistenziale: quasi libera, quasi felice,
quasi ricca, quasi amata, quasi indispensabile, quasi disinvolta,
quasi bella, quasi magra, quasi conosciuta, quasi artista………Ho quasi
consumato buona parte della mia vita.

sabato 2 agosto 2008

incontro... con lei

Chiedo scusa, perché può sembrare troppo autoreferenziale, da parte mia, pubblicare questo pezzo, ma è stato scritto da una giovane artista, forse troppo generosa nei miei confronti, che in ogni caso, mi ha sorpreso, per la sua abilità d'interpretazione e per la sensibilità dimostrata nel accostarsi a me, e al mio lavoro, con autentica intensità poetica.
Ho pensato che meritasse un pubblico ringraziamento.
Ketty Tagliatti



"La sua vitalità mi rapisce fin da subito.
Il suo modo sciolto e accattivante di parlare è piacevole e allo stesso tempo crea un clima
confidenziale.

Bocca piccola e parole forti.
Questa sua caratteristica subito mi fa sentire in sintonia con lei.
Ci raccontiamo sensazioni e pensieri sul fare tessile e poi vedo le sue rose.
Folgorante... filo diretto con l'interiorità femminile.
Sensibilità, crudezza, eleganza, psiche, tutto è lì sulle sue tele vissute e ricamate.
L'intreccio emozionale che si crea nei suoi lavori è uno specchio
acuto e penetrante di un viaggio, di un eco, di un sentire legato alla dimensione "donna".
Il ripetersi incessante di cuciture che si incontrano e si attraversano mi parlano delle connessioni mentali, degli intrecci della vita, delle situazioni che creano il percorso di ognuno.
Mi mostra i lavori rossi, con le loro trasparenze e i loro rapporti silenziosi.
Piccoli rami avvolti di filo rosso che si confidano elegantemente con lo strato di tessuto che li nasconde nel gioco di trasparenze che si crea con la luce.
Tutto parla di sensibilità, di voci interiori che prendono significato e corpo in un gioco di echi visivi che risvegliano questioni, dubbi, pensieri intimi.

Le stoffe nel lavandino si stanno colorando.
Mi guardo intorno e vedo lei, la poltrona, bellissima, che troneggia nello studio, riservata.
La riscopro in casa, in ogni angolo c'è traccia di lei.
Si legge l'ossessione quasi romantica di Ketty per questo oggetto, si sente la confidenza che le sue mani hanno acquistato disegnandola all'infinito.
La stessa impressione avuta con le rose, create con consapevolezza.
La sua personalità prorompente si sente nell'aria e in tutto quello che ci circonda.
Fuori dalla finestra si intravede il giardino delle sue rose; guardando dei cataloghi ne scorgo una che mi attrae particolarmente: la sua struttura è raccontata dai movimenti delle centinaia di spilli che riempiono i petali. Sono splendenti, sembrano lacrime preziose, tracce di qualcosa che ha lasciato un segno. Si creano così dei rilievi che assomigliano a grandi cicatrici ed è così forte l'impatto visivo che non capisco se soffrire per il fatto che la rosa è ferita o compiacermi per lo spettacolo di luccichii che emanano gli spilli.

Emotivamente mi sento combattuta.
Penso che questo forte contrasto sia al centro del lavoro di Ketty, si può notare in tutti i lavori, c'è l'eleganza delle sue rose sempre legata alle cuciture che creano i loro petali, sembrano ritratti scavati con il bisturi.
Non meno incisivi e affascinanti sono le grandi rose-materasso.
Corpi quasi informi che sembrano pulsare, pieni di vita e tormento;
culla infastidita dalle torture lente e penetranti delle cuciture.
Queste prepotenti rose prendono la scena e non danno via di scampo allo sguardo, se ne appropriano e lo conducono lungo i fili della loro storia, delle loro cicatrici, cucite rapidamente e poi rianalizzate con violenza, con una lenta operazione che ferisce i loro tessuti, segnandoli definitivamente .
La parvenza morbida, nasconde nodi di ricamo e scomodità di forma e superficie.
Un piccolo rifugio che diventa prigione dei tormenti, delle paure, dei sensi di colpa, di tutto quello che farcisce un dolore.
Osservandole singolarmente, mi rendo conto di quanto abbia influito sulle rose, il fatto che Ketty le abbia schiacciate, tirate, gonfiate, cucite e ricucite, che ci si sia sdraiata sopra, che se le sia vissute, perché tutto traspare, sembrano stanche e affaticate da una lotta corpo a corpo.

In tutto questo però, trova spazio una visione d'insieme molto poetica e accattivante, le forme manifestano comunque la loro femminilità e la grande sensibilità di Ketty traspare anche in
queste creazioni.


Chiara Intropido

martedì 29 luglio 2008

OMBRE ARTIFICIALI



"Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l'entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi siano dentro sin da fanciulli, incatenati gambe e collo, tanto da dover restare fermi e da poter veder soltanto in avanti, incapaci, a causa delle catene, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce di un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo a questa pensa di vedere costruito un muricciolo come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare, la di sopra di essi, i burattini.

"Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno in qualunque modo lavorate; e, come naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono.

"Credi che i prigionieri della caverna possano vedere altro innanzitutto di se stessi e dei propri compagni, se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? Se questi prigionieri potessero conversare fra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni? E se la prigione avesse pure un eco dalla parete di fronte? Ogni volta che uno dei passanti facesse sentire la sua voce, credi che la giudicherebbero diversa da quella dell'ombra che passa?

"Per tali persone, insomma, la verità non può essere altro che quella delle ombre artificiali degli oggetti"

(Platone, Repubblica, libro VII)


venerdì 11 luglio 2008

OSTAGGI

Se l'arte è una "divina ossessione", questa spesso si manifesta nella reiterazione del soggetto rappresentato, sia esso "figurativo", come le bottiglie di Morandi o "astratto", come i chiodi di Castellani e le strisce di Buren. Evidentemente questi artisti tendono alla "perfezione" del loro fare e, poiché quella "non è di questo mondo", come Sisifo sono "condannati" alla "ripetizione differente".

Ketty Tagliatti appartiene a questa categoria di artisti: per molti anni ha raffigurato una vecchia poltrona con varie tecniche e poi le rose, anche in questo caso con metodi diversi, ma soprattutto con il disegno, con ricami, ossidi, a volte con le spine in evidenza, con gli spilli,. Oggi la "rosa" viene rappresentata su una struttura che ha le fattezze, e la consistenza, di un "materasso".

Analizziamo, anzitutto, questa icona ricorrente, la rosa. Si tratta delle rose del "mio giardino", come dice l'artista, di un qualcosa che la lega alla natura, ad un fare arte che non sia disgiunto dal quotidiano. Ma poi, al di là della nota tautologia di Gertrude Stein "rosa è una rosa una rosa una rosa", la rosa in realtà più che simbolo positivo per il suo profumo e per la sua bellezza – "rosa fresca aulentissima", dice Cielo d'Alcamo – è simbolo di drammaticità e di tristezza,  come se ne accorse quel Magnifico Lorenzo che cantava "[…] Così le [rose] vidi nascere e morire / e passar lor vaghezza in men d'un'ora […]" o François de Malherbe che, a sua volta, recitava "[…] ha vissuto quanto vivono le rose, lo spazio d'un mattino […]". Già qui possiamo cogliere come l'arte di Tagliatti non si colloca nello spazio rasserenante e pacificatore ma in uno più problematico e pensoso, fino a raggiungere la durezza "drammatica" di quelle spine di cui, si dice, non c'è rosa senza, come del resto è la vita.

Or dunque, al di là dei contenuti simbolici che possono essere colti nel soggetto ripetutamente riproposto, è notevole il fatto che Tagliatti – assai prima di tanti artisti che oggi praticano questa tecnica – usi il ricamo, oltre agli strumenti più abituali per la rappresentazione. Questo è un modo tipicamente femminile il cui recupero, una volta superato il fatto che le donne (artiste) debbano rassomigliare agli uomini, "è un tornare alle origini e ristabilire un antico ritmo naturale al respiro psichico femminile", come l'artista stessa ha scritto qualche anno fa.

Ora con gli Ostaggi l'opera di Tagliatti si "ammorbidisce", per così dire, cioè la rosa viene dipinta e trapuntata non più su un supporto bidimensionale bensì tridimensionale.

L'artista realizza, sempre con la forma di una rosa vista dall'alto, una sorta di materasso, soffice e accogliente, sul quale troviamo l'icona solita, pronto ad accogliere un giacente oppure abbandonato da questo, in ogni caso marcante un'assenza.

Così abbiamo un'unità di due "assenze": la rosa che, come abbiamo detto, dura "lo spazio d'un mattino" e un "letto" vuoto, entrambi oggetti dei quali il primo bello e profumato, e il secondo morbido ed accogliente, ma non indicanti gioia o piacere, bensì una certa malinconica tristezza, così come è la condizione dell'"ostaggio", che non è prigioniero in senso stretto ma neppure ospite libero, è solo in attesa, di …?, quindi in una condizione di non definitezza, di solitudine, di sospensione. In più, poiché la superficie su cui si esegue il ricamo è la stoffa per materassi, quella a strisce, il pensiero non può non andare alle "divise" di chi è in condizioni di non libertà.

Sensazioni, queste, che appunto nelle opere più recenti acquistano, anche matericamente, maggiore "spessore", più "corpo", "massa", che evitano la durezza della scultura ma, di questa, ne assumono le forme, il volume, lo spazio, andando a costituire un'opera indefinita sì, ma assai determinata e, diremmo, "dura" pur nella sua "mollezza".

La trapuntatura anche è più marcata, l'ago molto lungo deve penetrare da parte a parte, con un'operazione più faticosa ed incerta, ché qui si va al di là della superficie, per "ricucire – dice ancora Tagliatti – i due versanti, le due identità: il sopra e il sotto".

Va segnalato che, come prodromi di questi "ostaggi-materassi", l'artista ha realizzato, subito prima, degli "ostaggi-quadri", con lo stesso titolo, e gli stessi contenuti ed emozioni, ma di formato bidimensionale, i quali rispetto alle "rose" precedenti segnano una notevole mutazione. La rosa ora viene quasi celata da una garza, bianca o nera o di altro colore, per cui possiamo, anche in questo caso, avere una lettura duplice: da un lato abbiamo l'"occultamento" dell'immagine, rafforzata dalle nette suture-cuciture che legano la garza alla superficie sottostante, dall'altro, proprio perché si tratta di una garza leggera e trasparente, l'immagine è ben visibile, pur attraverso quella sorta di foschia, e le suture, assieme alla stessa velatura, in questo caso possono essere percepite come volontà di protezione della rosa, quindi dei contenuti dell'opera che sono la rappresentazione simbolica del sentire proprio dell'artista.

Orbene: la rosa come metafora della bellezza e della vita che occorre proteggere e conservare, in uno spazio capace e sensibile ad accoglierla, sia esso il morbido materasso o la lieve garza, perché già disse quel soave poeta quattrocentesco, Agnolo Ambrogini detto il Poliziano: "Mentre che il fiore è nella sua vaghezza / coglilo; ché bellezza poco dura. / Fresca è la rosa da mattino, e a sera /  ell'ha perduto suo' bellezza altera".

 

                                                                                                                                                              Giorgio Bonomi

sabato 28 giugno 2008

RICUCIRE

Tempo fa ho potuto apprezzare uno spettacolo teatrale di un attore clown,Slava Polunin1
artista mimo di origine russa; spettacolo, fatto di niente, di piccoli e teneri gesti, sospensioni lunghissime, silenzi profondi e cupa solitudine. Come scenografia, cieli blu imbottiti, densi come la neve e trapuntati come pareti di un inquietante isolamento; vuoto e pieno insonorizzato, dove il silenzio si fa ragnatela che imprigiona. Teatro circense, che emanava profonda desolazione, sospesa e alleggerita da un clima di tenerezza che sosteneva una forte impalcatura ironica, la quale riusciva a giustificare e a far accettare la solitudine urlata dai silenzi del clown.

Ho riconosciuto quella buffa solitudine, mi apparteneva, mi sono identificata in quel intimo vuoto insaziabile che si riempie dell'oblio di piccole banalità quotidiane e si consola nell'illusione di piccoli percorsi nuovi, affezioni apparentemente anestetizzanti.
Solitudine, graziosa, della stessa sostanza delle mie rose, cieli stellati imbottiti, costellazioni di spine, rose-materasso, come letti vuoti, corolle che accolgono e abbracciano morbidamente e desolatamente un non-corpo, fioretti alla solitudine, pesanti ostaggi, assenza che si fa corpo e invade lo spazio.

Pittura imbottita, trapuntata, e per la prima volta forse scultura, difficile da collocare, non si fa riconoscere, non so quale posto occupi e si porta certamente in sé il gene scenografico della scatola teatrale, con le sue metafore e l'ambiguità scenica tra la rappresentazione dell'oggetto e la visione bidimensionale di questo.
L'improvvisa esigenza di fisicità è sicuramente legata alla fatica del fare come terapia dell'essere, un abbracciarsi in un lavoro corpo a corpo; la materia è densa e grossa da attraversare da parte a parte con l'ago lunghissimo e la penetrazione è faticosa ed incerta, bisogna ricostruire, ricucendo i due versanti, le due identità: il sopra e il sotto, l'altra faccia del materasso.

Ricucire il passato, che sta alle spalle, con il futuro, disegno antistante, stringendo un sostanziale e concreto presente, corposo e aggettante.


1-Slava Polunin, considerato il più grande clown del mondo, propone uno spettacolo magico, che da più di venti anni appassiona e incanta le platee di tutto il mondo. Un artista polivalente che ha saputo rinnovare l'arte della clownerie, attingendo alla tradizione circense e all'espressione del mimo - da Chaplin a Marcel Marceau - intrecciandola con il rigore e la disciplina del lavoro dell'attore su se stesso di stanislavskiana memoria. www.labiennale.org
www.teatrovalle.it

mercoledì 25 giugno 2008

venerdì 13 giugno 2008

DI CHE COSA SI NUTRE LA POESIA?

BETTY DANON risponde. Con una ricerca artistica di trent'anni, fuori dagli
schemi, fuori dai circuiti abituali, libera di esplorare i punti d'incontro tra
il segno e la parola, tra il punto e la linea, tra l'essenzialità del bianco e
nero e la gioiosa vitalità del colore, tra l'arte e la vita.
In esposizione
alla galleria Maria Cilena di Milano, con inaugurazione il 22 maggio 2008, i
lavori più noti e quelli meno noti della poeta visuale Betty Danon, artista
concettuale e poeta visiva, attiva nel campo artistico italiano e
internazionale dal 1969 sino al 2002: le prime partiture, le finestre di cielo,
i lavori esposti alla Biennale di Venezia, e le poesie visuali nate in
Rainbowland e poi volate lontano ognuna in una direzione diversa, chi per posta
aerea, chi su ali d'angelo, chi via etere cavalcando i bit del suo computer.

Nata a Istanbul, cresciuta in scuole francesi e americane, si è trasferita a
Milano nel 1956 e ha preso la nazionalità italiana. L'attenzione al segno e al
linguaggio, in tutte le sue forme - dal tratto gestuale al suono e poi la
combinazione dei due - ha caratterizzato la sua ricerca artistica, a sua volta
riflesso di una profonda e incessante ricerca personale verso l'essenzialità
delle cose. Dopo aver sperimentato gli strumenti grafici ed espressivi
tradizionali - carta, cartone, tela, metallo - sono arrivati l'uso trasgressivo
della macchina fotocopiatrice, il coinvolgimento delle bande magnetiche
registrate, l'uso del video per documentare l'uso congiunto di suono e segno,
il contributo degli elementi della natura, l'adozione del pentagramma in tutte
le sue forme, l'esplosione nella dimensione internazionale attraverso la posta
aerea, la scoperta del libro come oggetto di comunicazione e divulgazione e
infine il computer, utilizzato sin dalle sue prime comparse nelle case private
e accompagnato nella sua rapida evoluzione hardware e software.
Ma l'attività artistica di Betty Danon è andata ben oltre, oltrepassando l'uso della materia
inerte per lavorare sul materiale artistico per eccellenza, l'essere umano. Nei
suoi atelier ha saputo trasformare la sua creatività in una particolare
frequenza dell'essere, comunicabile e in grado di innescare un cambiamento
interiore tale da indurre le persone a riconoscersi a loro volta creative,
dotate di originalità, iniziativa e autonomia, nel gioco - con carte colori e
parole - e nella vita. "Arte come vita" questa la parola d'ordine, questo il
nome dei suoi atelier che oggi sarebbero stati riconosciuti come veri e propri
percorsi di arteterapia. L'opera di tutta una vita profondamente intessuta di
poesia, quasi si fosse dedicata interamente a trovare la risposta
all'indovinello in turco, scandito dalla sua stessa voce, in una registrazione
del 1979, nell'audiocassetta dell'artista svizzero Ruedi Schill: "Di che cosa
si nutre la poesia?". E la risposta non può che essere una sola: "Di poesia",
naturalmente!
Partita per Rainbowland, il suo magico mondo di poesia, nell'aprile del 2002, i suoi lavori sono oggi al Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto ­ dove è custodito anche il suo archivio ­, presso The Museum of Modern Art di New York, nel dipartimento di Rare Books
della Ohio State University, al The Getty Research Institute, negli archivi Sackner e in musei e biblioteche di più di 25 nazioni di tutto il mondo. www.bettydanon.it


MARIA CILENA - STUDIO PER L'ARTE CONTEMPORANEA

Via C. Farini 6 - 20154 Milano

Tel. +39 02 29013026 Fax +39 02 62027292

giovedì 5 giugno 2008

EUGENIO MICCINI



Firenze, Studio d'Arte Aurelio Stefanini

10 maggio – 15 settembre 2008

A cura di Aurelio Stefanini

SARENCO “SONO UN POETA DI MONTAGNA”


Brescia, Fondazione Berardelli

30 Maggio – 15 Luglio 2008

Di Nicole Zanoletti





ostagio n°2 2008

ostagio n°2            2008
dimensioni cm.250x240x29 tecnica : pittura su stoffa, imbottitura di cotone e trapuntatura da materasso

Informazioni personali

La mia foto
Ferrara, Fe, Italy
vivo e lavoro in provincia di Ferrara come artista (per tutta una serie di motivi...)